Insonnia in ambulatorio: diagnosi, segnali d’allarme e futuro dell’intelligenza artificiale

Insonnia in ambulatorio: diagnosi, segnali d’allarme e futuro dell’intelligenza artificiale

di Dott.ssa Giulia Remoli

Il Parere dell’esperto:
Dott.ssa Giulia Remoli

Dirigente Medico Neurologa presso l’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova e Specialista in Neurofisiopatologia con focus sui disturbi del sonno e del movimento.

I disturbi del sonno sono una delle condizioni più frequenti nella pratica clinica, ma continuano a essere sottovalutati e difficili da inquadrare. L’episodio analizza il percorso diagnostico e terapeutico dell’insonnia e degli altri disturbi del sonno attraverso il contributo della neurologa Giulia Remoli e offre una panoramica aggiornata sugli strumenti disponibili, sulle criticità cliniche e sulle prospettive future legate alle nuove tecnologie.

Al centro dell’approccio diagnostico resta la valutazione clinica, considerata il pilastro imprescindibile. L’inquadramento dell’insonnia richiede infatti un’anamnesi dettagliata che tenga conto della frequenza, della durata e delle caratteristiche del disturbo, ma anche dei fattori scatenanti, dei sintomi diurni e della possibile presenza di comorbidità psichiatriche o di altri disturbi del sonno. A supporto della valutazione, sono utilizzati questionari validati come l’Insomnia Severity Index e scale per la sonnolenza o per il rischio di apnee, che permettono una prima stratificazione del paziente.

Tra gli strumenti più accessibili e utili emerge il diario del sonno, compilato per almeno due settimane, che consente di ricostruire in modo accurato i pattern sonno-veglia e le percezioni soggettive del paziente. A questo si affianca l’actigrafia, che fornisce una validazione oggettiva dei dati raccolti e risulta particolarmente efficace nei disturbi del ritmo circadiano. La polisonnografia rimane invece il gold standard, ma il suo utilizzo è indicato soprattutto nei casi più complessi o quando si sospetta la presenza di patologie associate, come i disturbi respiratori del sonno.

Le tecnologie indossabili, sempre più diffuse, rappresentano una prospettiva interessante ma ancora limitata. Sebbene garantiscano un’elevata aderenza e consentano il monitoraggio nel tempo, non offrono una valutazione accurata degli stadi del sonno e non sono ancora validati per l’uso clinico. Il loro impiego, almeno per ora, resta confinato allo screening, al follow-up e alla ricerca.

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Insonnia in ambulatorio: diagnosi, segnali d’allarme e futuro dell’intelligenza artificiale
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Un passaggio importante riguarda l’identificazione dei segnali d’allarme. Se per l’insonnia è spesso possibile avviare un primo trattamento in ambito ambulatoriale, è fondamentale prestare attenzione alla durata delle terapie, evitando l’uso prolungato e non controllato di benzodiazepine e farmaci Z. Diverso è il caso degli altri disturbi del sonno, per i quali alcune red flag devono orientare rapidamente verso un approfondimento specialistico: russamento e apnee osservate, sonnolenza diurna marcata, cefalea mattutina e nicturia nei disturbi respiratori; sensazioni di disagio alle gambe nei casi di sindrome delle gambe senza riposo; comportamenti motori complessi e inconsapevoli nelle parasonnie; episodi di perdita del tono muscolare e allucinazioni nelle ipersonnie centrali e nella narcolessia.

In presenza di questi segnali, l’invio a un centro di medicina del sonno è considerato essenziale, poiché la gestione richiede competenze avanzate e un inquadramento multidisciplinare. Questo aspetto si riflette anche nella formazione dei giovani specialisti, sempre più orientata a integrare competenze cliniche, conoscenze delle terapie evidence-based e capacità tecniche di interpretazione degli esami strumentali. Accanto a queste, emerge la necessità di acquisire competenze in data science, utili per gestire e analizzare la crescente mole di dati disponibili.

Guardando al futuro, l’intelligenza artificiale si configura come uno strumento destinato a trasformare profondamente la medicina del sonno. Le applicazioni più promettenti riguardano lo scoring automatico delle polisonnografie, con l’obiettivo di migliorare velocità e accuratezza diagnostica, e la riduzione della variabilità tra operatori. Ma il potenziale più rilevante riguarda la medicina personalizzata: l’integrazione di dati clinici, questionari, monitoraggi e biomarcatori potrebbe permettere una fenotipizzazione più precisa dei pazienti e una scelta terapeutica mirata, aumentando le probabilità di successo.

Il ruolo del medico non è ridimensionato, ma evolve: da interprete dei sintomi a regista di dati complessi, chiamato a integrare tecnologia e clinica per offrire percorsi di cura sempre più personalizzati ed efficaci.

La Melatonina a rilascio prolungato 2 mg

La Melatonina a rilascio prolungato 2 mg

di Prof.ssa Enrica Bonanni

Il podcast Sonno al centro, dedicato a insonnia e disturbi del sonno, affronta il tema della melatonina 2 mg a rilascio prolungato e del suo utilizzo nel trattamento dell’insonnia, con l’intervento di Enrica Bonanni, professoressa associata di Neurologia e responsabile del Centro di riferimento regionale per la medicina del sonno di Pisa.

Il contenuto è stato realizzato con il supporto di:

Le più recenti linee guida europee inseriscono tra i farmaci di prima scelta per l’insonnia sia le benzodiazepine e gli agonisti dei recettori benzodiazepinici (Z-drugs), sia la melatonina a rilascio prolungato 2 mg. Le benzodiazepine, pur riducendo la latenza del sonno e aumentandone la durata, hanno effetti collaterali legati al meccanismo GABAergico: non solo sedazione, ma anche azione ansiolitica, miorilassante e anticonvulsivante, con possibili conseguenze come cadute o deficit cognitivi – soprattutto se presentano una emivita intermedia o prolungata. Inoltre, possono modificare l’architettura del sonno, incrementando il sonno leggero e riducendo il sonno profondo e quello REM.

La melatonina 2 mg a rilascio prolungato agisce invece su recettori specifici (MT1 e MT2) del nucleo soprachiasmatico, riproducendo la cinetica fisiologica della melatonina endogena lungo tutta la notte. Rispetto agli altri ipnotici, preserva la naturale architettura del sonno, non riduce il sonno profondo né il sonno REM e garantisce un riposo ristoratore. È efficace nel ridurre la latenza, nel mantenere il sonno anche nel lungo periodo (soprattutto tra i 55 e gli 80 anni), non provoca dipendenza né effetti rebound, e non compromette le performance cognitive o motorie. Gli effetti collaterali, rari e lievi, comprendono cefalea, vertigini e sonnolenza mattutina.

Le indicazioni principali riguardano l’insonnia cronica negli adulti over 55 anni e l’insonnia nei bambini/adolescenti con disturbo dello spettro autistico o sindrome di Meige, quando le misure igieniche del sonno non sono sufficienti. La combinazione con altri ipnotici è possibile in alcuni contesti clinici, con un ruolo complementare: la melatonina, infatti, favorisce la sincronizzazione del ritmo sonno-veglia e può consentire di ridurre il dosaggio di benzodiazepine o Z-drugs, limitandone gli effetti collaterali.

Un ambito di particolare interesse è quello dei disturbi del sonno nei pazienti con malattia di Alzheimer. Alcuni studi, pur limitati e su piccoli campioni, hanno evidenziato che la melatonina può migliorare la qualità del sonno (latenza, efficienza, riduzione dei risvegli) e, parallelamente, alcuni parametri cognitivi come attenzione e memoria. Tali benefici derivano soprattutto dal miglioramento del sonno, ma si ipotizza anche un effetto diretto neuroprotettivo legato alle proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e di regolazione della cascata di eventi che coinvolge le proteine beta-amiloide e tau. Pur con evidenze ancora non univoche, la melatonina può rappresentare un’opzione complementare nei disturbi del sonno associati a decadimento cognitivo, migliorando qualità di vita, comportamento e funzioni residue.

Di seguito la versione audio-only del podcast:

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La Melatonina a rilascio prolungato 2 mg
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Bibliografia

Meta-Analysis: Melatonin for the Treatment of Primary Sleep Disorders. Eduardo Ferracioli-Oda1, Ahmad Qawasmi, Michael H. Bloch

Prolonged-release melatonin improves sleep quality and morning alertness in insomnia patients aged 55years and older and has no withdrawal effects. Patrick Lemoine, Tali Nir, Moshe Laudon, Nava Zisapel

Prolonged-release formulation of melatonin for the treatment of insomnia. Patrick Lemoine, Nava Zisapel

Valutazione e trattamento dell’insonnia nella pratica clinica e ai tempi di CoViD-19 in Italia: raccomandazioni del panel di esperti e della task-force integrata di cinque società scientifiche. Laura Palagini, Raffaele Manni, Eugenio Aguglia, Mario Amore, Roberto Brugnoli, Paolo Girardi, Luigi Grassi, Claudio Mencacci, Giuseppe Plazzi, Antonio Minervino, Lino Nobili, Giovanni Biggio

Melatonin: Physiological and pharmacological aspects related to sleep: The interest of a prolonged-release formulation in insomnia. M.-A. Quera-Salva, B. Claustrat

Neurocognitive effects of melatonin treatment in healthy adults and individuals with Alzheimer’s disease and insomnia: A systematic review and meta-analysis of randomized controlled trials. Dewan Md. Sumsuzzman, Jeonghyun Choi, Yunho Jin, Yonggeun Hong

New perspectives on the role of melatonin in human sleep, circadian rhythms and their regulation. Nava Zisapel

Oltre il russamento: riconoscere i segnali nascosti delle apnee notturne

Oltre il russamento:
riconoscere i segnali nascosti delle apnee notturne

di Prof. Claudio Liguori

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Oltre il russamento: riconoscere i segnali nascosti delle apnee notturne
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In questo episodio della serie di podcast dedicati a sonnoalcentro.it, Claudio Liguori, Professore Associato di Neurologia presso il Dipartimento di Medicina dei Sistemi dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, spiega come le apnee notturne possano presentarsi con sintomi meno riconoscibili del classico russamento o della sonnolenza diurna, in particolare nelle donne. Irritabilità, cefalea mattutina, difficoltà di concentrazione, ansia, pressione arteriosa alta al risveglio, insonnia resistente alle terapie o riduzione della performance lavorativa e sociale possono essere segnali di un disturbo respiratorio del sonno non diagnosticato.

Spesso sottovalutati, questi sintomi possono celarsi dietro patologie croniche come ipertensione arteriosa, diabete o fibromialgia, peggiorandone il decorso. Si sottolinea l’importanza di valutare il profilo diurno del paziente e di inserire domande sul sonno per il riconoscimento delle apnee in ogni visita, indipendentemente dalla specializzazione, in considerazione dell’elevata prevalenza di questo disturbo. Una stretta collaborazione tra medici di medicina generale e specialisti permette di individuare precocemente i casi sospetti, ottimizzare l’accesso a esami come la polisonnografia e trattare efficacemente le apnee, migliorando sonno e qualità di vita. 

Tecnologie digitali e insonnia: tra rischi, terapie e intelligenza artificiale

Tecnologie digitali e insonnia: tra rischi, terapie e intelligenza artificiale

di Dott. Luigi Lavorgna

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Tecnologie digitali e insonnia: tra rischi, terapie e intelligenza artificiale
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In questo episodio esploriamo il ruolo delle tecnologie digitali nella diagnosi e gestione dell’insonnia. 

Ne parliamo con Luigi Lavorgna, neurologo, Azienda Ospedaliera Universitaria Luigi Vanvitelli di Napoli, Coordinatore del gruppo di studio “Neurologia Digitale e Intelligenza Artificiale” della Società Italiana di Neurologia e Presidente Regionale sezione Campania della Società Italiana Salute Pubblica e Digitale. 

L’esperto affronta le nuove frontiere della neurologia riferite alla medicina del sonno. App e dispositivi wearable stanno cambiando il modo in cui monitoriamo l’insonnia: utili come supporto, ma non sostitutivi della diagnosi clinica, devono essere integrati con strumenti validati come l’actigrafia. Lavorgna chiarisce anche il paradosso tra l’uso notturno di smartphone, che può peggiorare la qualità del sonno inibendo la melatonina, e la terapia cognitivo-comportamentale digitale (CBT-I) che, se prescritta e seguita correttamente, può invece migliorarlo. Infine, uno sguardo al futuro: sensori ambientali, wearable e algoritmi di intelligenza artificiale permetteranno di profilare con precisione il sonno dei pazienti, aprendo la strada a trattamenti sempre più personalizzati, ma richiederanno attenzione agli aspetti etici e regolatori.

Sonno e disturbi dell’umore: un legame da non sottovalutare

Sonno e disturbi dell’umore:
un legame da non sottovalutare

di Prof. Rosalia Silvestri

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Sonno e disturbi dell’umore: un legame da non sottovalutare
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In questo episodio affrontiamo il legame profondo tra sonno e disturbi dell’umore, per capire come ciò che accade di notte influenzi il nostro equilibrio emotivo di giorno. Con la professoressa Rosalia Silvestri, neurologa all’Università di Messina e responsabile del Centro regionale per i disturbi del sonno dell’AOU Gaetano Martino, esploriamo i meccanismi neurobiologici che connettono insonnia, depressione e ansia.

Ansia e depressione sono correlate ai disturbi del sonno. Ad esempio, per parlare della depressione, vi è una disattivazione a livello del talamo corticale, una disfunzione del cingolo anteriore e a un’iperattività dell’amigdala, ma anche i sistemi neurotrasmissivi (GABA, serotonina, noradrenalina e altre amine), essenziali per il sonno e per il benessere emotivo, creano un legame con queste patologie. Epidemiologicamente, chi soffre di insonnia ha un rischio quasi triplo di sviluppare depressione e ancora maggiore per l’ansia. Circa l’80% delle persone depresse presenta disturbi del sonno, tanto che oggi si afferma che una depressione senza alterazioni del sonno non esiste. Spesso, l’insonnia precede la depressione o ne anticipa una recidiva, diventando un segnale clinico prezioso.

Per questo è fondamentale una diagnosi accurata, basata su anamnesi, familiarità, valutazione farmacologica e, quando serve, registrazione del sonno. I pazienti depressi presentano tipicamente un sonno superficiale, frequenti risvegli notturni e risveglio precoce. Le linee guida europee del 2023 di Riemen sul trattamento dell’insonnia, sottolineano l’importanza di trattare le comorbidità e raccomandano di limitare l’uso di ipnotici (benzodiazepinici e non) a non più di 4 settimane. Anche l’impiego di antidepressivi ad azione sedativa è indicato solo per brevi periodi.

Recenti studi segnalano un possibile aumento del rischio suicidario legato all’uso di farmaci sedativi ipnotici. Il rischio sarebbe associato sia all’insonnia in sé, sia all’impiego di questi farmaci, soprattutto nei pazienti depressi. Per affrontare l’insonnia in chi soffre di depressione, è fondamentale quindi trattare innanzitutto la depressione stessa. L’uso di sedativi serali andrebbe limitato e circoscritto al periodo iniziale della terapia antidepressiva, quando si manifesta il cosiddetto chicken effect.

Il trattamento dell’insonnia nei pazienti depressi richiede particolare attenzione. I farmaci antidepressivi, come gli inibitori del reuptake della serotonina o i farmaci duali, vanno assunti al mattino: se somministrati la sera possono peggiorare il sonno e favorire i risvegli notturni. 

Fondamentale è distinguere tra depressione e disturbo bipolare, poiché in quest’ultimo i rischi suicidari, psicotici e le alterazioni del sonno sono più elevati e la terapia deve essere modulata in base alla fase (maniacale o depressiva). 

La personalizzazione della cura è essenziale: nei giovani per preservare relazioni, studio e lavoro; negli anziani, più fragili, per adattare i trattamenti alla loro tolleranza farmacologica. 

Infine, la depressione associata a insonnia cronica aumenta il rischio neurodegenerativo, soprattutto nelle donne, più a rischio depressione e malattia di Alzheimer.

Punta, poli-punta e non si dorme: l’insonnia nella persona con epilessia

Punta, poli-punta e non si dorme: l’insonnia nella persona con epilessia

di Prof. Angelo Labate & Prof. Claudio Liguori

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Punta, poli-punta e non si dorme: l’insonnia nella persona con epilessia
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Ringraziamo neuropod.it per la gentile concessione di questo contenuto audio.

L’insonnia è frequente nelle persone con epilessia, parliamo di una prevalenza tra il 13 ed il 31%, con circa 1 persona su 4 con epilessia che può presentare insonnia. Le problematiche di insonnia spesso fanno riferimento ad un sonno frammentato, con difficoltà relative alla cattiva qualità del sonno che si ripercuotono nelle attività della vita quotidiana, con sintomi di astenia, fatica, sonnolenza, e problematiche cognitive.

È necessario indagare questa problematica, in quanto spesso rimane sottodiagnosticata e va in diagnosi differenziale anche con un disturbo del ritmo circadiano sonno-veglia nel caso di addormentamento tardivo, oppure di un altro disturbo del sonno, quali le apnee ostruttive morfeiche oppure i movimenti periodici degli arti inferiori nel corso del sonno quando è presente sonno frammentato.

Le conseguenze dell’insonnia possono essere rappresentate anche dal mancato raggiungimento della libertà dalle crisi e dalla comparsa di fenomeni critici durante il sonno, soprattutto se diurno. Possiamo andare ad indagare il disturbo da insonnia mediante questionari, come l’Insomnia Severity Index (ISI). Le domande da porre che sono presenti in tale questionario sono facili, immediate, si possono inserire nel corso dell’anamnesi che effettuiamo durante la prima visita, ma che dovrebbero essere ripetute anche nel corso del follow-up in quanto l’insonnia si può presentare in qualsiasi momento della vita della persona con epilessia.

Posso arrivare all’esecuzione di un’indagine strumentale solo quando ho una roncopatia associata, uno scalciamento, degli episodi motori notturni o sonniloquio. Posso anche pensare ad un esame actigrafico quando ho anche il sospetto di un disturbo del ritmo circadiano sonno-veglia. Per chi effettua esami dinamici, l’aggiunta di canali elettro-oculografici, elettro-miografici, o pulsossimetrici potrebbe dare dettagliate informazioni relativamente al sonno notturno. La scelta del farmaco per il trattamento dell’epilessia dovrebbe guardare anche al ciclo sonno-veglia, ai suoi rischi sul sonno notturno.

La scelta del trattamento per l’insonnia, dall’altro lato, dovrebbe seguire le linee guida, in modo tale da stimolare il sonno in maniera opportuna, secondo la struttura ipnica e rispettando la neurotrasmissione nel corso della notte, potenziala lì dove necessario (trasmissione GABA) o riducendola se inappropriatamente elevata (trasmissione orexinergica); infine, se la depressione è presente, bisogna guardare al trattamento della depressione oltre che dell’insonnia.

Non dormo e la testa mi scoppia: insonnia nel paziente con emicrania e cefalea

Non dormo e la testa mi scoppia: insonnia nel paziente con emicrania e cefalea

di Prof. ssa Simona Sacco & Prof.ssa Enrica Bonanni

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Non dormo e la testa mi scoppia: insonnia nel paziente con emicrania e cefalea
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Sapevate che più del 20% degli emicranici soffre di insonnia? Nei pazienti con emicrania cronica, la prevalenza può raggiungere anche il 60%.​ Con questa associazione l’emicrania è più grave e difficile da curare. Vediamo insieme quali domande fare al paziente per capire di che tipo di insonnia soffre soffermandoci anche sui sintomi diurni e quali esami programmare. Una volta identificata la problematica è  fondamentale impostare una terapia adeguata con  gestione personalizzata, basata sul tipo di insonnia identificato e sulla presentazione clinica del paziente. La promozione di una buona igiene del sonno è fondamentale.

La terapia di prima linea raccomandata è la terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia (CBT-I). ​Abbiamo a disposizione ipnotici efficaci come i nuovi non benzodiazepinici o gli antagonisti duali per il recettore dell’orexina che si sono mostrati idonei nel trattare l’insonnia anche nel paziente con emicrania. La melatonina a lento rilascio e consigliata nei soggetti con più di 55 anni. 

Nella pratica clinica è possibile provare a migliorare il sonno notturno e contemporaneamente prevenire gli episodi di emicrania ricorrendo ad alcuni specifici farmaci. Dobbiamo essere consapevoli che curare l’insonnia riduce l’impatto complessivo della emicrania e migliora sensibilmente la qualità di vita del paziente. Vedremo infine l’ultima affascinante ipotesi sul meccanismo patologico alla base dell’associazione tra emicrania e insonnia che vede il coinvolgimento del sistema glinfatico che ha il compito di ripulire il cervello da tutte le sostanze di scarto. 

Il sistema glinfatico gioca un ruolo nella modulazione del dolore eliminando ad esempio il peptide correlato al gene della calcitonina (CGRP), un mediatore chiave nella fisiopatologia dell’emicrania. Il sistema glinfatico funziona soprattutto durante il sonno, e in particolare durante il sonno profondo non-REM. Con l’età si riduce sia il sonno profondo, sia l’efficienza del sistema glinfatico e viene compromesso il potere restaurativo del sonno. I farmaci in grado di aumentare questo tipo di sonno potrebbero quindi avere un ruolo anche nel controllo dell’emicrania. 

Il sonno è decaduto: Insonnia nel paziente con demenza

Il sonno è decaduto: Insonnia nel paziente con demenza

di Prof.ssa Anna Chiara Cagnin & Dott. Dario Arnaldi

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Il sonno è decaduto: Insonnia nel paziente con demenza
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I soggetti anziani sono considerati fragili sotto molti punti di vista, anche da un punto di vista del ritmo sonno-veglia. Infatti, i soggetti anziani, sani, tendono ad avere un sonno più frammentato e di minor qualità rispetto ai giovani.

Questo, aumenta il rischio di sviluppare dei disturbi del sonno. L’insonnia è il disturbo più frequente, anche nei soggetti anziani, colpendo il 10-20% della popolazione. Tuttavia, non vanno dimenticati anche altri disturbi quali le apnee in sonno, i disturbi del ritmo circadiano, la sindrome delle gambe senza riposo e le parasonnie, in particolare quelle durante il sonno REM. Molto spesso, soprattutto nei soggetti anziani, tali disturbi rimangono non diagnosticati, oppure non correttamente inquadrati.

Ad esempio, non è infrequente che un soggetto anziano con un disturbo da anticipazione del ritmo circadiano, venga erroneamente inquadrato come affetto da insonnia. Una corretta diagnosi è importante per un adeguato trattamento ed una migliore gestione. I disturbi del sonno nel soggetto anziano hanno una rilevanza ancora maggiore se si considera che costituiscono un fattore di rischio, modificabile, per lo sviluppo di deficit cognitivi fino alla demenza. Infatti, durante il sonno, si attiva un complesso meccanismo conosciuto come sistema glimfatico, che si occupa di eliminare dal cervello le sostanze potenzialmente dannose per il sistema nervoso centrale.

Tra queste sostanze, vi sono anche le proteine responsabili della malattia di Alzheimer, la causa più frequente di malattia neurodegenerativa del sistema nervoso centrale. Pertanto, è stato suggerito che il trattamento dei disturbi del sonno nel soggetto anziano e nel paziente con un deficit cognitivo lieve, possa avere effetti neuroprotettivi. In questo Podcast, vengono discussi i principali disturbi del sonno che possono interessare i soggetti anziani, ed in particolare quelli legati alla demenza ed alle patologie neurodegenerative del sistema nervoso centrale. Verranno inoltre discusse le indicazioni per un corretto percorso diagnostico-terapeutico.

Sono in OFF dal sonno: insonnia nel paziente con Malattia di Parkinson

Sono in OFF dal sonno: insonnia nel paziente con Malattia di Parkinson

di Prof. Alessandro Tessitore & Prof.ssa Federica Provini

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I disturbi del sonno sono uno dei sintomi non motori più comuni della Malattia di Parkinson (MP), ad impatto negativo sulla qualità di vita dei pazienti, dei loro caregivers e sull’efficacia della terapia.

L’insonnia è molto frequente, interessando fino all’81% dei pazienti. E’soprattutto un’insonnia di mantenimento, caratterizzata da difficoltà a mantenere la continuità del sonno e risvegli frequenti. Fluttuazioni motorie, tremore, rigidità e difficoltà a girarsi nel letto sono spesso le cause dell’insonnia, come pure la presenza di altri disturbi del sonno, tra cui i disturbi respiratori di tipo ostruttivo, russamento ed apnee o la sindrome delle gambe senza riposo.

È bene però ricordare come l’insonnia, nella MP, sia anche intrinsecamente legata alla patologia principale, poiché la neurodegenerazione coinvolge strutture anatomiche e neurotrasmettitori cruciali per la regolazione del ritmo sonno-veglia, interrompendo la rete che, dal tronco dell’encefalo alla corteccia, genera il sonno. Il sesso femminile, la durata di malattia e la presenza di depressione e/o ansia sono gli altri fattori correlati all’insonnia nei pazienti con MP.

L’insonnia deve essere diagnosticata attraverso la raccolta anamnestica dettagliata, con l’eventuale ausilio di questionari validati che, benchè non specifici per l’insonnia nella MP, ne indagano i sintomi associati. L’actigrafia consente un monitoraggio prolungato del ritmo-sonno veglia; la video-polisonnografia notturna permette l’indagine completa delle caratteristiche del sonno del paziente con MP. Se l’insonnia è secondaria, perché dovuta a sintomi motori notturni, il trattamento terapeutico non differisce da quello dei sintomi diurni.

I farmaci a lunga durata d’azione, in particolare i dopaminoagonisti, sono efficaci nel migliorare l’insonnia nei pazienti con MP, anche se l’insonnia è elencata tra i loro effetti collaterali. Studi randomizzati hanno dimostrato che Z-drug e melatonina migliorano la qualità del sonno dei pazienti con MP. Se l’insonnia non è né iatrogena né dovuta a sintomi motori, è bene ricorrere alla terapia cognitivo-comportamentale.

L’insonnia s’è fatta disabilità nel paziente con sclerosi multipla

L’insonnia s’è fatta disabilità nel paziente con sclerosi multipla

di Prof.ssa Alessandra Lugaresi & Prof.ssa Rosalia Silvestri

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Nel podcast, la professoressa Alessandra Lugaresi e la professoressa Rosalia Silvestri esplorano il ruolo dell’insonnia nella sclerosi multipla, evidenziando come questo disturbo incida pesantemente sulla qualità della vita e sulle capacità cognitive dei pazienti.

L’insonnia è comune nella sclerosi multipla e si associa spesso a sindrome delle gambe senza riposo e a comorbidità come disturbi dell’umore.

Questo influisce negativamente sui network neuronali, specialmente nelle aree fronto-parietali, aggravando la fatica e le difficoltà di memoria a breve termine. Le esperte discutono l’importanza di una diagnosi accurata e di un approccio terapeutico integrato che includa terapie cognitivo-comportamentali e, dove necessario, interventi farmacologici specifici.

L’obiettivo è quello di ripristinare un sonno di qualità per migliorare la gestione complessiva della sclerosi multipla e la vita dei pazienti, creando linee guida pratiche per neurologi e specialisti del sonno.